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Stato contro Nolan (un posto tranquillo)

23

Giugno

In una piccola città di provincia, nei primi anni Sessanta, si svolge un processo al direttore del giornale locale, Herbert Nolan. È accusato di aver manipolato l’informazione per scopi privati.

L’uccisione di un vagabondo, scambiato per un rapinatore o uno stupratore, era stata presentata in modo da creare una paura diffusa in tutta la contea, spingendo gli abitanti ad armarsi per difendere le proprie case.

La locale azienda di armi aveva così moltiplicato i propri profitti.

«Che c’è di strano?» chiede l’avvocato di Nolan. Da che mondo è mondo, i giornali devono fare notizia.

Senonché il direttore del giornale era anche un importante azionista dell’azienda di armi. La pubblica accusa, rappresentata dal brillante procuratore Miles, cerca quindi di inchiodare Nolan alle proprie responsabilità.

Il processo si snoda in modo tradizionale, tra interrogatori dell’imputato e dei testimoni. Ma, al di là dello specifico conflitto di interessi, emerge il tema di un clima di paura alimentato artificiosamente.

Note di regia

Stato contro Nolan di Stefano Massini sceglie la metà degli anni Cinquanta nel Midwest americano per raccontare i meccanismi della manipolazione dell’informazione, mostrando come la costruzione delle notizie e delle narrazioni possa determinare la sorte di un individuo.

Un passato che diventa una lente attraverso la quale osservare il presente, rivelando dinamiche che oggi, nell’epoca delle verità distorte e dei processi mediatici, sono più attuali che mai.

La regia nasce dal desiderio di catapultare lo spettatore dentro un film americano degli anni Cinquanta, ispirandosi ai quadri di Edward Hopper: geometrie essenziali, luci oblique e atmosfere sospese.

La scena è realizzata da Gianluca Amodio, parte stabile della mia squadra, mentre le proiezioni curate da Marco Schiavoni amplificano quel trompe-l’œil realistico che guida l’intero impianto visivo.

I costumi di Mariano Tufano completano questo universo, restituendo l’epoca con rigore e vivacità, senza mai scivolare nella caricatura.

Il disegno luci di Marco Palmieri, anch’egli compagno di lavoro di sempre, è fondamentale per dare corpo a quelle atmosfere cinematografiche fatte di contrasti, ombre nette e tagli di luce che evocano immediatamente l’immaginario degli anni Cinquanta.

Le musiche di Pivio e Aldo De Scalzi accompagnano lo spettacolo come una trama invisibile: evocano i noir dell’epoca e le orchestrazioni dei grandi film giudiziari, ma sempre con uno sguardo contemporaneo, capace di dialogare con la storia di Massini e amplificarne la tensione.

Al centro rimangono gli attori, guidati verso una recitazione fondata sulla verità e sulla logica delle azioni: non imitare un’epoca, ma abitarla.

Perché questo viaggio nel passato parla, in realtà, di noi, di quello che siamo e di quello che rischiamo di diventare.

In questo percorso, ritrovare Daniele Russo, alla nostra terza collaborazione, rappresenta per me un valore profondo. La sua sensibilità attoriale, insieme alla fiducia che si rinnova a ogni progetto, rende possibile affrontare un testo complesso come questo con coraggio e precisione.

Alessandro Gassmann

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Febbraio

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