Con un rovesciamento della percezione del tempo, tipico dei sogni, un vecchio attore, nella mezz’ora che lo separa dall’ingresso in scena per recitare da protagonista ne Il temporale di Strindberg, si ritrova a rivivere, in un tempo senza fine, alcuni momenti della propria vita.
La colonna sonora della realtà di un teatro che si sta animando fuori dal suo camerino diventa il pretesto e l’invito, a volte spensierato e a volte commosso, ad aggirarsi e persino a dialogare con i fantasmi del proprio passato.
I ricordi si mescolano senza una logica temporale: un suono ne evoca un altro, una risata riporta a un momento di gioia, un lungo silenzio a una perdita lontana nel tempo.
Massimo Popolizio ha voluto aggirarsi intorno alla figura dell’attore con la delicatezza con cui si cerca di svelare segreti che vogliono comunque restare misteriosi, offrendo un ritratto d’artista lontano da ogni intento celebrativo.
In una scenografia di forte impatto evocativo, nella quale il suono e le immagini creano un dialogo immaginario con il protagonista, si assiste al lungo viaggio verso quel Temporale che viene vissuto come un’ultima meta non ancora raggiunta, ma soltanto rimandata.
Orsini si lascia guidare da Popolizio con la fiducia del vecchio attore che affida alla discrezione del più giovane il compito di raccontare frammenti della propria vita e la storia del nostro Paese, dal dopoguerra a oggi.


