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L’importanza di chiamarsi Ernesto

28

Novembre

Dall’altra parte del vecchio Continente, il genio di Oscar Wilde esaltava “l’importanza di non fare niente”, sottotitolo del suo saggio The Critic as Artist.

Siamo nell’ostentata ricchezza in cui l’unica preoccupazione è la decisiva importanza di un nome, “Ernest”, e la pigrizia è l’unico divino frammento dell’esistenza degli dei che il paradiso ha lasciato all’uomo.

Da autore sociale che contrasta matrimonio, famiglia e proprietà privata ed esalta l’arte come strumento di propaganda e di lotta, si passa alla totale noncuranza.

Wilde riassume la commedia in poche, sferzanti parole: «Dovremmo trattare molto seriamente tutte le cose frivole e con sincera e studiata frivolezza tutte le cose serie della vita».

I peccati esecrandi in Salomè e innominabili in Dorian Gray sono presentati in una nuova chiave e si traducono nella smodata ed egoistica passione di Algernon per i tramezzini al cetriolo.

Ma anche quello è un mondo che va alla deriva e Oscar Wilde morirà pochi anni dopo, avendo conosciuto il carcere e il disonore.

Reinterpretare Wilde e la sua Importanza consente di leggere in modo più articolato quella che viene considerata la “commedia perfetta”. La competizione può scattare con Le nozze di Figaro di Beaumarchais, altro gioiello insuperabile.

Ma qui, attraverso un’implacabile lente deformante, si legge tutto il marciume malcelato dell’Età vittoriana, quel moralismo omofobo e d’accatto che Wilde profondamente detestava e che lo avrebbe condotto alla rovina.

Sembra assurdo, ma questa è la sua ultima commedia, la “commedia perfetta”: si cammina incoscienti, felici e ridenti sull’orlo dell’abisso.

Il nostro compito era quello di continuare a giocare e far funzionare la macchina, ma, in tralice, il ridente parco della Manor House è un bosco in movimento e un po’ inquietante e nella casa di Algernon campeggia un martirio di San Sebastiano, un meraviglioso esempio di estetica trafitta dai dardi del destino.

Come un destino crudele trafisse Oscar Wilde.

E il suo personaggio, quello al quale egli affida le battute più pungenti e geniali, è Algernon, lo specchio del suo autore.

Anche se non dimentichiamo che il personaggio che l’autore avrebbe voluto interpretare è Lady Bracknell, che ricorda la regina Vittoria ed è una delle parti più scintillanti mai scritte per il teatro.

Mi correggo: ho detto parte. No, è un monumento e ora, come anni fa, quel monumento è Lucia Poli. Credo che forse Wilde l’abbia scritto per lei.

Geppy Gleijeses


The Importance of Being Earnest debuttò al St. James’s Theatre di Londra il 14 febbraio 1895, a cura dell’actor-manager George Alexander, che vi sosteneva la parte di John Worthing.

Allan Aynesworth era Algernon Moncrieff, Irene Vanbrugh era Gwendolen Fairfax ed Evelyn Hilliard era Cecily Cardew.

Malgrado lo strepitoso successo riportato alla prima – «In cinquantatré anni di palcoscenico non ricordo un trionfo maggiore», avrebbe ricordato Allan Aynesworth molti anni dopo, «il pubblico si alzò tutto in piedi e non cessava di acclamare» – fu smontata dopo appena sei repliche, come conseguenza dello scandalo nel quale Wilde si era cacciato querelando per diffamazione Lord Queensberry, che lo aveva pubblicamente accusato di sodomia.

Ultimo lavoro teatrale di Wilde e diversissimo dai precedenti, The Importance ha provocato molte congetture sul corso che l’evoluzione del drammaturgo e, di conseguenza, forse dell’intero teatro inglese avrebbe potuto prendere senza l’intervento della magistratura.

L’eterea verbalità di The Importance, nella quale tutti, non soltanto il cinico di turno, si esprimono mediante paradossi squisiti, si accompagna, non dimentichiamolo, a un senso visivo di teatralissima efficacia.

Benché più rare che nei lavori precedenti, le didascalie sono molto suggestive dell’esecuzione ideale e l’apparizione di Jack Worthing in lutto stretto per la morte dell’immaginario fratello Ernest è un colpo di scena giustamente rimasto famoso.

Dalle didascalie si comprende anche lo stile di recitazione che Wilde desiderava e che gli attori del primo allestimento, un po’ imbarazzati dalla novità, non raggiunsero che in parte: uno stile assolutamente non farsesco e nemmeno, d’altro canto, realistico.

I personaggi devono cioè scambiarsi le battute con perfetta naturalezza, senza mostrare di ritenerle spiritose e senza tentare di giustificarle caratterizzandosi come eccentrici.

Evidentemente The Importance vive anche avulsa dal contesto storico che la produsse.

Prendiamo il caso della formidabile Lady Bracknell, vittoriana quanto più non si potrebbe, ma al contempo eterna e universale come Falstaff.

Di lei osserviamo anche, en passant, l’ambivalenza mostrata dall’autore nei suoi confronti: Wilde appare affascinato dal mostro che ha evocato e, del resto, la sua stessa carriera mondana conferma come si adoperò per essere ricevuto e coccolato da quella società che sfidava.

Dopo lo scandalo, esule a Parigi, soleva affermare con un sospiro che la regina Vittoria restava la sola donna che avrebbe adorato sposare.

The Importance è stata definita “la più bella commedia di tutti i tempi”.

Masolino D’Amico

28

Novembre

L’importanza di chiamarsi Ernesto

29

Novembre

L’importanza di chiamarsi Ernesto

Il Teatro non è il paese della realtà: ci sono alberi di cartone, palazzi di tela, un cielo di cartapesta, diamanti di vetro, oro di carta stagnola, il rosso sulla guancia, un sole che esce da sotto la terra. Ma è il paese del vero: ci sono cuori umani dietro le quinte, cuori umani nella sala, cuori umani sul palco.

Victor Hugo