Elio De Capitani dirige e interpreta Erano tutti miei figli, primo grande successo di Arthur Miller, scritto nel 1947 e ambientato nell’America postbellica.
Per il regista è un ritorno al teatro di questo grande autore americano, a dodici anni da Morte di un commesso viaggiatore, un successo applaudito in molte piazze italiane, ed è un’occasione per indagare il rapporto conflittuale tra genitori e figli e la responsabilità morale dell’individuo a confronto con la Storia, in un’opera nella quale il dramma sociale e quello psicologico coincidono.
Erano tutti miei figli ha debuttato a Milano nell’autunno 2025 e, nella stagione 2026/27, viene proposto in tournée, interpretato da un gruppo affiatato e coeso di attori che da anni sono attivi sui palcoscenici dell’Elfo e contribuiscono ai suoi successi.
Accanto a Elio De Capitani e Cristina Crippa ritroviamo Angelo Di Genio e Marco Bonadei, presenti anche nel precedente lavoro su Miller, che, insieme alla giovane Caterina Erba, compongono un nucleo familiare caratterizzato da una profonda intesa e capacità di ascolto e relazione in scena.
Insieme a loro Michele Costabile, Sara Borsarelli, Nicola Stravalaci e Carolina Cametti, sostituita da Roberta Lanave per le repliche del 2026, tutti capaci di far sperimentare agli spettatori, come voleva Miller, «il preciso scontrarsi dei temi più profondi, durante, non prima né dopo, le scene più intensamente drammatiche».
Lo spettacolo ci conduce nel cuore della vita della famiglia Keller. Siamo sulla soglia della loro ricca casa borghese, immaginata dallo scenografo Carlo Sala come una sorta di patio circondato da un fitto bosco, un luogo tra l’interno e l’esterno che lascia intuire l’intimità delle stanze, ma tiene celati i segreti.
E si scoprirà che, in questa famiglia, molto è stato nascosto.
Joe Keller e sua moglie Kate hanno due figli, partiti per la guerra come tanti giovani della loro generazione. Il maggiore, Larry, è dato per disperso da ormai tre anni e soltanto la madre non accetta l’evidenza della sua morte.
Il secondogenito, Chris, è invece tornato a casa, segnato da terribili esperienze, ma determinato a guardare al futuro, verso una possibile esistenza felice che immagina insieme ad Ann, la ragazza che era fidanzata con suo fratello.
La vita, apparentemente, ha ripreso il proprio corso, lasciandosi alle spalle gli incubi del passato.
Joe è stato assolto dall’accusa di aver venduto all’aviazione americana pezzi di ricambio difettosi, una fornitura che ha causato la morte di ventuno piloti, e, senza troppi dubbi morali, ha fatto fortuna con la guerra. Al contrario, il suo ex socio è stato condannato e sta ancora scontando la propria pena.
Ma, inesorabilmente, le bugie attraversano le generazioni e riaffiorano per chiedere il conto.
Nella messinscena di De Capitani, tutti questi personaggi ci appaiono tanto più giganteschi quanto più rivelano le piccolezze dell’essere umano.
Dalle note di regia
«Uno dei motivi del successo di quest’opera – racconta il regista –, che fu il primo vero, grande successo di Miller, credo risieda nello scontro emozionante e violento tra genitori e figli. Ma anche nel dilemma affettivo e morale che li lacera, che anticipa la rivolta giovanile della generazione successiva e il suo rifiuto di perpetuare il sistema sociale voluto dai padri.
Ugualmente potente e centrale è il tema della menzogna. Abbiamo un perenne bisogno di essere rassicurati e ci rifugiamo nella menzogna.
Con Joe Keller torno a indagare e incarnare un grande bugiardo, un bugiardo vincente, in questo caso, un piccolo squalo in un mondo di grandi squali.
Willy Loman, protagonista di Morte di un commesso viaggiatore, era invece forse il più fragile e disperato dei bugiardi. Nell’interpretazione che ne davo pulsava il cuore di tutte le esistenze che si schiantano nella corsa al successo, nella perenne e illusoria imitazione dei pochi, veri “vincenti” che le abbagliano.
Erano tutti miei figli condivide con il Commesso la natura di un grande esperimento di regia, drammaturgia e interpretazione, che getta un ponte tra l’America degli anni Quaranta e l’oggi: il sogno americano, avvelenato da ben prima di quegli anni.
Quel che è davvero tragico, e ci tocca fin nell’intimo, è l’intreccio di orgoglio e disperazione: quella voglia di futuro, di riscatto attraverso i figli, di una devastante e agognata rivalsa contro il mondo.»


