Musica
Libretto
Maestro del Coro
Orchestra
Direttore d'Orchestra
Regia
Opera in tre atti su libretto di Francesco Maria Piave
Musica di Giuseppe Verdi
Interpreti
Elisa Verzier – Violetta Valery
Matteo Falcier – Alfredo Germont
Angelo Veccia – Giorgio Germont
Jannessa O’Hearn – Flora Bervoix
Bronislawa Sobierajska – Annina
Simone Fenotti – Gastone, visconte di Letorières
Giulio Riccò – Il barone Douphol
Lorenzo Liberali – Il marchese d’Obigny
Nicola Ciancio – Il dottor Grenvil
Crediti
Andrea Bernard – regia
Alberto Beltrame – scene
Elena Beccaro – costumi
Marco Alba – luci
Giulia Tornarolli – assistente alla regia e coreografa
Giulia Turconi – assistente alla scenografia
Emilia Zagnoli – assistente ai costumi
Un nuovo allestimento firmato da Andrea Bernard e dal suo team.
Andrea Bernard è un regista di fama internazionale, vincitore dell’European Opera Directing Prize proprio per un progetto su La Traviata e del prestigioso Premio Abbiati 2024 come miglior regista d’opera.
È regolarmente invitato nei più importanti teatri lirici italiani ed europei, tra cui il Teatro La Fenice di Venezia, il Teatro Comunale di Bologna, il Maggio Musicale Fiorentino, il Teatro dell’Opera di Roma, il Teatro Regio di Torino, il Teatro Carlo Felice di Genova, il Teatro Regio di Parma, i teatri di Piacenza, Modena, Reggio Emilia e Ravenna, il Teatro di Salisburgo, il Palau de les Arts di Valencia, l’Opera di Francoforte, il Théâtre des Champs-Élysées, l’Opéra d’Avignon e l’Opéra de Rouen.
Ha inoltre lavorato per il Festival Monteverdi, il Festival della Valle d’Itria di Martina Franca, il Donizetti Opera Festival e molte altre importanti istituzioni.
Il cast è di respiro internazionale e vede protagonista Elisa Verzier, già acclamata, tra gli altri, al Teatro alla Scala di Milano e riconosciuta per la sua vocalità pura e cristallina, oltre che per le sue splendide doti attoriali.
È unanimemente apprezzata dalla critica e dal pubblico in Italia e all’estero, con esibizioni in Germania, Inghilterra e Giappone, oltre che per la Fondazione Arena di Verona e nei principali circuiti lirici della Lombardia e dell’Emilia-Romagna.
Matteo Falcier è un tenore ampiamente apprezzato nei numerosi titoli lirici interpretati in Italia e all’estero. È stato diretto da Riccardo Muti in Falstaff, in Italia e in Spagna, e ha partecipato, sempre con il Maestro Muti, a una tournée con la prestigiosa Wiener Staatsoper in Austria e in Giappone.
Numerose sono state le sue tournée internazionali ed è regolarmente invitato nelle più importanti stagioni lirico-sinfoniche italiane, dalla Fondazione Arena di Verona al Teatro dell’Opera di Roma, dal Teatro Carlo Felice di Genova al Maggio Musicale Fiorentino e al Teatro Comunale di Bologna. Ha inoltre interpretato molti ruoli al Teatro alla Scala di Milano.
Angelo Veccia, baritono, è anch’egli regolarmente presente nei cartelloni lirici del Teatro alla Scala di Milano, dove ha partecipato, tra l’altro, all’inaugurazione della stagione 2016/2017.
Si è esibito inoltre all’Arena di Verona, al Concertgebouw di Amsterdam, al Festival Puccini di Torre del Lago e nei principali teatri lirici nazionali e internazionali, diretto da alcuni dei più importanti direttori d’orchestra al mondo, tra cui Riccardo Muti, Riccardo Chailly, Daniele Gatti, Daniel Oren e Zubin Mehta.
Jacopo Brusa è uno dei direttori d’orchestra più interessanti della propria generazione, raffinato conoscitore e specialista delle vocalità liriche.
Reduce dal Premio Abbiati ottenuto per il suo Don Carlo nel circuito di OperaLombardia, è regolarmente invitato nelle stagioni lirico-sinfoniche italiane e internazionali, tra cui quelle del Teatro de la Maestranza di Siviglia, del Rossini Opera Festival di Pesaro e della Fondazione Arena di Verona.
Completano il cast, nei ruoli dei comprimari, giovani interpreti che si stanno affermando nel panorama lirico nazionale ed europeo, tra cui Lorenzo Liberali, recente vincitore del Concorso lirico AsLiCo.
L’Orchestra Filarmonica Italiana è una formazione di eccellenza, regolarmente invitata nelle produzioni liriche dei principali cartelloni dei teatri di tradizione, oltre che nel repertorio sinfonico in Italia e all’estero.
La Traviata
Consumare l’amore, consumarsi nell’amore
Pensieri di regia
Sono profondamente legato a La Traviata. È la terza volta che torno a metterla in scena in una nuova produzione e, ogni volta, questo titolo si trasforma, cambia prospettiva e si avvicina in modo diverso al presente.
Tornarci significa rimettere al centro Violetta e osservare, attraverso di lei, la società che la circonda. Tutto nasce dalla sua esposizione e dalla sua solitudine.
Il romanzo di Dumas offre a Verdi la possibilità di scrivere un’opera ambientata nel proprio tempo, criticando la società dell’epoca. Riprenderla oggi significa raccogliere quella stessa urgenza e rivolgerla alla nostra società, alle sue contraddizioni e ai suoi meccanismi.
In questo modo il teatro mantiene una funzione profondamente sociale e La Traviata resta una storia estremamente attuale.
La Violetta di questa produzione è una donna contemporanea, un’escort che ha costruito un’immagine pubblica forte e riconoscibile, costantemente sotto i riflettori e al centro delle feste, ammirata e consumata da un sistema che la celebra e, allo stesso tempo, la sfrutta.
Il suo corpo diventa strumento, linguaggio e merce: è desiderata e utilizzata, ma conosce perfettamente le regole del gioco e le sfrutta con lucidità.
La sua apparente freddezza è una forma di difesa. Tutti credono di sapere chi sia, ma nessuno arriva davvero a conoscerla.
In questo ambiente perbenista, maschilista ed egoista, Alfredo rappresenta una frattura. Non è un eroe, ma un giovane incompiuto, ancora legato all’autorità del padre, e in lui Violetta intravede una possibilità diversa, una via che non ha mai percorso ma della quale vuole fidarsi.
Il loro rapporto nasce non soltanto da un’attrazione eroico-amorosa, ma anche dal bisogno reciproco di allontanarsi da una realtà che entrambi vivono come una costrizione: un sogno fragile, destinato a incrinarsi.
Germont padre incarna l’ipocrisia sociale. Dietro la difesa della rispettabilità familiare si nasconde una verità scomoda, poiché anche lui è stato un cliente di Violetta.
In questo modo la donna diventa un segreto condiviso, ma un segreto che il padre non è disposto a svelare o ad accettare. Il suo intervento diventa così un tentativo di proteggere la propria immagine, oltre che quella del figlio.
Lo spazio scenico è ridotto a un unico elemento: un grande tavolo che si trasforma in un red carpet, simbolo di fama e attrazione, ma anche di esposizione e costrizione.
Qui Violetta viene osservata, desiderata, celebrata e consumata. È uno spazio che le appartiene e che, allo stesso tempo, la imprigiona.
Nel corso dell’opera il tavolo si disgrega, sembra aprire una possibilità diversa, ma finisce per richiudersi su di lei, trasformandosi infine nella sua tomba.
La relazione tra Violetta e Alfredo non resiste alla pressione esterna e alle loro stesse contraddizioni. Anche lui, nel finale, appare incapace di credere davvero a una rinascita.
La morte arriva come esito inevitabile, rappresentando però una liberazione: Violetta si sottrae all’immagine che l’ha definita e lascia emergere una dimensione più autentica.
Non c’è una redenzione consolatoria, ma una presa di distanza da tutto ciò che l’ha costruita e consumata.
Alla fine, Violetta non è più ciò che gli altri hanno visto in lei, ma ciò che resta quando quello sguardo si spegne.
Andrea Bernard
Note musicali
Tra passato e presente
Nel 1853 debuttano, a distanza di pochi mesi, due dei capolavori della cosiddetta “trilogia popolare” verdiana: Il trovatore e La Traviata.
Testimonianza della grande fertilità produttiva di Giuseppe Verdi in quel periodo è la capacità di trattare, quasi contemporaneamente, due soggetti che affondano le proprie radici in contesti molto diversi.
Il primo, Il trovatore, si svolge nel passato e narra continuamente vicende accadute in un passato ancora più remoto; il secondo, La Traviata, tratta invece un soggetto contemporaneo, «ove troviamo non solo i personaggi a noi vicini e per tempo e per costumi, ma eziandio comuni per condizione!», come commenta scandalizzato Armando Basevi nel 1859 nel suo Studio sulle opere di Giuseppe Verdi.
Nell’affrontare per la prima volta Il trovatore, mi sono trovato nell’apoteosi della “solita forma”, la struttura che prevedeva rigidamente l’alternanza di aria, tempo di mezzo e cabaletta, godendo di tutte le ripetizioni variate e degli innumerevoli couplet affidati ai protagonisti, che si rivolgono a guardie, gitani o soldati da affabulare di volta in volta.
Il couplet, forma di origine francese che prevede la ripetizione della parte musicale con un testo differente, veniva generalmente utilizzato proprio per narrare “vecchie storie” e, in effetti, contribuisce ad amplificare il coinvolgimento degli astanti.
Stupisce quindi ritrovarne l’utilizzo ne La Traviata, quando Violetta, finalmente sola e senza “pubblico”, comprende: «Ah, forse è lui… che nuova febbre accese, destandomi all’amor!».
Si tratta di una “storia” splendidamente vicina nel tempo, nella quale Violetta descrive le emozioni che prova in quel preciso momento.
Il punto di osservazione è spostato. Verdi mette in primo piano ciò che avviene nel “presente”, rispetto al racconto del sogno d’amore di bambina, collocato prevalentemente nella seconda strofa, quella del “passato”.
Lo spostamento del soggetto in un contesto contemporaneo porta inevitabilmente La Traviata a essere considerata scabrosa fin dal suo esordio.
Ancora Basevi ne parla in questi termini: «Verdi non seppe resistere alla tentazione di vestire di note, e per conseguenza di rendere più avvenente e accetto, uno sconcio e immorale argomento, vagheggiato universalmente, solo perché universale è oggi il vizio che rappresenta».
Non più campi di battaglia lontani nel tempo e nello spazio, ma la descrizione di un mondo ipocrita e immorale nell’intimità dei salotti di Parigi.
Questa sconcertante modernità porta inevitabilmente ad affrontare il titolo in modo differente. La tradizionale “solita forma” non sembra aiutare lo scorrere di una narrazione che porta in scena l’intimità più che la pomposità.
Alfredo, nella sua cabaletta, rimprovera sé stesso e si vergogna di non aver compreso che, banalmente, non bastano i soldi per sostenere le spese domestiche.
Se pensiamo che lo stesso incipit musicale accompagna la cabaletta di un Manrico pieno d’odio, che arringa i propri soldati per spingerli alla battaglia, risulta evidente il cambio di prospettiva operato da Giuseppe Verdi.
La Traviata è un’opera non soltanto pensata nel “presente”, ma capace di aggiornarsi ogni volta che viene messa in scena e di riferirsi sempre all’“oggi”.
Per questa ragione, credo, continua a essere il titolo maggiormente rappresentato e, sempre per questa ragione, il direttore deve compiere scelte che permettano al pubblico di immedesimarsi, ancora oggi, nelle emozioni della protagonista.
Jacopo Brusa


